talentaccio

mi è tornata voglia di scrivere

16 aprile 2026

Il fegato è un bastardo

Gli prudeva il dantien però non si grattava per non fare arrabbiare la maestra che lo stava guardando da dietro gli occhiali spessi.

Cercava di non pensarci, ma il dantien continuava a prudergli allora aveva allertato tutto il qi che aveva nella mano per grattare senza toccare, una cosa da imparare. E con la mano a trenta centimetri era riuscito a grattarsi, chissà come, con lo shen. Certo sto shen sempre in mezzo alle scatole, aveva pensato mentre gli stava prudendo anche la pianta del piede.

A sto giro si era chinato e si era grattato davvero, con la mano sinistra. Quando ce vò ce vò.

Ma poi si era rimesso in tibao e mentre il filo invisibile che dal daimai arriva al centro della fontanella della testa per ricollegarsi con il cielo sembrava tirato al massimo verso spazi siderali, qualcuno da fuori aveva urlato “è pronta la pasta, a tavola!” e gli era passata l’ispirazione. Ma gli era venuta fame, in compenso, e anche un po' di mal di reni. Era il momento di fare un po' di ingingun e di muovere le acque con le mani, come fossero sott'acqua ma sono per aria ma tu non ne sei più così sicuro.

Ora era sempre in tibao, ma stancamente e le mani mandavano verso il fegato un raggio verde pisello sbiadito, quasi giallastro. Un raggetto moscio e giallognolo.

Quello stronzo del fegato si stava facendo i cavoli suoi, come sempre, e non dava retta a nessuno. Deconcentrava tutti e creava problemi a tutto l’organismo con il suo comportamento menefreghista. Si ciucciava il raggio verde come se piovesse ma mai che desse qualcosa in cambio, quel bastardo di un fegato. Un egoista con i fiocchi, quel fegato. Mai una volta che aiutasse il pancreas a portare su la spesa per le scale. E dire che con tutta quella energia quel fegataccio un piccolo sforzo in più lo avrebbe pure potuto fare. La povera cistifellea masticava amaro e spargeva bile a chili.

Ma tant’è tutto nasceva dal suo odio profondo per il cuore. Ma chi l’aveva detto che il cuore era l’imperatore? “L’imperatore di sto c…”, urlava il fegato ai quattro venti e doppio menti.

Tanto più che il fegato, lui, era il nonno di tutti, il papà della milza e lo zio dei polmoni. Insomma, il fegato era stato con tutto il vicinato e anche più, maschi e femmine il fegato non faceva distinzione. E aveva lasciato figli e figliastri un po’ dappertutto, che fluivano in circolo e scassavano il passaggio del qi. Ma il cuore no. Al cuore il fegato gli faceva un baffo.

“Al cuor non si comanda”, diceva il cuore senza nemmeno sforzarsi più di tanto e pompava, con quei baffetti ben curati e azzimati, come un body builder con quelle valvole sempre aperte che non si stancavano mai. Uno svalvolato sto cuore, che ne sapeva una più del diavolo e ammaliava tutti e tutte facendo morire d’invidia il fegato.

Mitralica era la migliore amica dei polmoni e andavano sempre insieme allo stadio. Erano romaniste sfegatate, con le loro bandiere giallorosse, tanto sfegatate nel senso che al fegato non lo invitavano mai con loro alla partita e gli urlavano “scemo, scemo, scemo”.

E poi arrivava la milza, ma chi era costei? Ma chi la conosce la milza? Tutti la vedono e nessuno se la fila poveretta. Tanto che per fare due chiacchiere, la povera milza doveva mettersi a parlare con le papille gustative, con il bolo dei 36 denti poveretta la milza, che si faceva anche dei giri nei mitocondri per scambiare due parole con qualcuno. L’unico che calcolava la milza era quello sfigato del diaframma, uno che alla fine non aveva tante cose da dire se non che mandava giù quello che doveva andare giù, un po’ come al casello autostradale.

A volte uscivano a fare quattro passi in centro, però il diaframma guardava le vetrine ma non comprava mai nulla. La milza allora, che non aveva lo straccio di una lira, faceva il suo suono e per fare quattro soldi per il McDonald’s si era riciclata come doppiatrice delle navi della Tirrenia in ingresso al porto di Genova. Un secondo lavoro, che svolgeva in nero soltanto quando ne aveva voglia, un weekend sì e uno no quando il qi non era in circolazione per il blocco delle targhe alterne che dopo la crisi in Iran era diventato obbligatorio.

Ma poi le cose andavano meglio, anche se il fegato, quel furbacchione, non ce la racconta giusta. E’ il nonno di tutti e lo yang lo sa che potrebbe esserci lui dietro alle orecchie a sventola che gli erano venute fin da bambino. Alla fine, yang si era riciclato pure lui come controfigura nei film di kung fu mentre Yin si era ritirata a vita privata e contemplava l’infinito con un bicchiere di rum e cola, con le noccioline sul tavolino e la messa in piega appena fatta mentre intonava il suo mantra e faceva l’esercizio del cuore pure lei.

Un po’ rosicava Yin quando vedeva quegli automassaggi così portentosi che si facevano i polmoni, gemelli diversi della Bassa Padana in cerca di una parte anche secondaria in un video di qualche rapper di periferia.

Ma al centro di tutto c’è sempre lui, il fegato, quel maledetto impostore che aveva fregato tutti gli amici, tranne il cuore, l’imperatore della porta accanto che batte e non si stanca mai di portare avanti la baracca. E il qi del cielo anteriore mi compare con tutta la sua potenza e mi srotola davanti quello spettacolo primordiale del vulcano e di quelle nubi che si aprono al rosso del fuoco zampillante.

Tutto questo per dirti Lori che ti voglio bene e che ne voglio anche a Vincenzo. Senza di lui non saremmo qui e quindi gli mando un bacio, attento anche tu Vincenzo a quel bastardo di un fegato, che alla fine è il nonno di tutti.