talentaccio

mi è tornata voglia di scrivere

16 febbraio 2025

Le mie Doctor Martens senza lacci fantastiche. Il ruolo fondamentale della linguetta

Le Doctor Martens senza lacci a stivaletto sono una gran figata. Me le sono comprate, anzi me le hanno regalate, un anno fa e sono contentissimo dell’acquisto.

Sono comodissime e poi sono assolutamente impermeabili. Ve lo posso garantire perché le indosso non soltanto quando piove di brutto, ma anche quando porto in giro il cane e io vado sempre nell’erba bagnata. Il piede dentro resta sempre asciutto.

Le volevo, ma non ero sicuro di saperle usare, nel senso non ero sicuro di sapermele mettere nel modo corretto.

Quando ho comprato gli stivaletti, un anno fa, non avevo capito come si devono infilare. Mi piacevano moltissimo, però non sapevo come infilarmele. All’inizio e per i primi mesi che ce le ho avute ho usato sempre un calza scarpe.

Poi, finalmente, ho capito come si fa a infilarsele. Basta usare la linguetta dietro, che non è lì soltanto per bellezza. Al contrario, la linguetta è fondamentale per infilarti le Doctor Martens a stivaletto.

Come funziona?

Infili il piede dentro, la punta, poi tiri la linguetta e vedrai che piano piano, dolcemente, il piede si infila sempre di più e scivola di tacco in sede. Basta tirare verso l’alto la linguetta. Per farlo, conviene infilare le dita, basta l'indice, in modo che si infilino dentro alla linguetta. Così si fa meno fatica.

Per levarti gli stivaletti, fai leva con l’altro piede sul bordo della tomaia e tiri su sempre dolcemente e si sfilano.

Una volta che le indossi, gli stivaletti prendono sempre più la forma del piede e sono davvero favolosi. Li raccomando caldamente.

In passato, avevo avuto anche degli altri modelli di Doctor Martens. Prima, quelle nere basse classiche che mi sono durate anni. Poi un paio di Doctor Martens alte con i lacci. Ottime anche quelle.

Però devo dire che gli stivaletti sono i miei preferiti, non pensavo che li avrei amati così tanto. C’è una cosa che mi dà fastidio, che vedo fare un po’ da tutti in giro. Tenere gli stivaletti addosso con la linguetta infilata in modo che i pantaloni restino su. Sembra un gesto casuale, ma invece è voluto.

Io gli stivaletti me li metto e non lascio scoperta la parte sopra fingendo che la linguetta resti sbadatamente incastrata per farli vedere e lasciare i pantaloni un po’ su. E’ ridicolo. Io gli stivaletti li lascio coperti, come è normale che sia.

Un altro paio di scarpe fantastiche che mi sono comprato da poco sono le Brooks, per correre. Non le avevo mai sentite nominare, ma sono davvero ottime soprattutto per il plantare anti cushion.



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07 febbraio 2025

Jurassic Park a Piazza Vittorio

A Piazza Vittorio ci vado tutte le mattine, intorno alle 6,45 e ci resto fino alle 7,30 più o meno. Ci vado con il cane e di solito vado all’area cani. Sono un habitué, si può dire, e nel mio breve tragitto da casa all’area cani spesso vedo cose che mi ricordano Jurassic Park, il film.

I giardini di Piazza Vittorio sono colonizzati dai gabbiani. Mega gabbiani enormi, sembrano dei condor, che si muovono a frotte e hanno una guerra aperta con i corvi. I corvi sono la seconda popolazione più potente del microcosmo aereo di Piazza Vittorio.

Gabbiani e corvi competono per il cibo, per la monnezza, per i resti dei cartoni di pizza e take away che si trovano un po’ dappertutto a Piazza Vittorio, anche perché i contenitori della spazzatura sono dei grossi secchi aperti dove spesso e volentieri corvi e piccioni entrano direttamente a banchettare.

Gabbiani e corvi si massacrano e i piccioni le prendono sia dai gabbiani sia dai corvi.

Non è raro trovare per terra delle carcasse di piccioni mezzi spolpati o i residui di due ali di corvo, con le piume nere, mentre il corpo non c’è più finito nelle fauci di qualche gabbiano.

I gabbiani in realtà sono quelli che fanno più paura e ricordano quei grossi uccelli dinosauri di Jurassic Park, si chiamano pterodattili, e il cibo che mangiano, cibo umano pieno di ormoni, soprattutto il pollo, li gonfia. I gabbiani sembrano dei Mike Tyson di gabbiano a Piazza Vittorio e quando stanno belli in piedi sul tetto di qualche macchina con l’apertura alare occupano quasi tutto il tetto. Fanno impressione. E ti guardano negli occhi con gesto di sfida.

Una volta in via Foscolo ho visto un gabbiano che lottava in volo con un corvo fra i palazzi e sembrava davvero lo scontro fra due caccia in guerra. Il cielo era loro. Un’altra volta, invece, un corvo all’area cani ha cominciato a volare radente sopra a Mina che stava dentro perché all’interno dell’area cani, c’era il piccolo di corvo che si era ferito un’ala. Il corvo radente temeva che Mina se lo mangiasse e io, per timore che me l’accecasse, me la sono portata via.

Non so che fine ha fatto il piccolo di corvo finito dentro all’area cani, però non l’ho più visto il giorno dopo.

Quando ero arrivato, i suoi genitori stavano appollaiati sul bordo dell’area e lo controllavano dall’alto. Si era incastrato il piccolo nella rete dell’area cani. Sono riuscito a liberarlo, ma poi non riusciva a spiccare il volo. Non mi hanno permesso di portarlo fuori.

Un’altra specie di uccelli a Piazza Vittorio sono i pappagallini, che hanno il loro nido verso il bar. Per colpa del nido, dal quale a volte cadono dei pezzi di legno, hanno da tempo immemore recintato la scacchiera che c’è vicino al bar e un po’ discosto rispetto ai campi da ping pong, vicino alla panchina rossa.

La speranza è che prima o poi quella transenna venga tolta, così come un’altra transenna intorno ad un albero che evidentemente ha bisogno di essere potato. Tutto sommato Piazza Vittorio, i giardini, sono belli. Molto meglio di prima, certamente. Ma sempre Jurassic Park.



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29 ottobre 2023

A tartufi con Mina

L’altro giorno sono andato a tartufi con Mina e me ne ha trovati sei. Sei bei tartufi uncinati, peso netto 113 grammi sulla bilancia. Una goduria, ce ne siamo già mangiati un po’ l’atro giorno, con i cavatelli e le alici, una boccia di rosso e oggi penso che faremo il bis. E’ domenica, e ogni volta che si apre il frigo a casa arrivano delle ventate di tartufo che sembra di essere in faggeta. Tocca mangiarseli.

Tutto questo non sarebbe possibile oggi se qualche anno fa, esattamente tre anni e mezzo fa, non avessi incontrato per caso Domenico, il mio istruttore e addestratore nel mondo del tartufo e dei lagotti, cani da tartufo meravigliosi. E’ stato lui ad accompagnarmi in questo nuovo viaggio nel bosco e nel mondo del tartufo e dei lagotti. Un viaggio in un’altra dimensione per me, in un altro mondo, che mi si è aperto per caso ma che ho subito intuito come un grande e imporvviso dono nella mia vita di cui sono davvero grato, perché oggi me lo godo alla grande.

Di questo sarò sempre grato a Domenico Felici, che come Virgilio con Dante nel suo viaggio nell’aldilà, mi ha accompagnato in questo nostro viaggio in un altro mondo, il mondo del bosco e del tartufo, insegnandomi a muovermi e dandomi da zero tutti gli strumenti per potermi destreggiare nel bosco senza perdermi e senza fare danni. Però ci vuole passione, applicazione e voglia di sacrificarsi perché se no non ce la fai a imparare. E questo me lo devo riconoscere, la tenacia e la voglia di imparare, tanto più partendo da zero. Però se ami il tuo cane e il bosco ce la puoi fare.

Andare a tartufi

Andare a tartufi con Mina è diventata una cosa bellissima, una piacevole possibilità nel weekend e a volte anche infrasettimanale, che sono in grado di fare da solo in sicurezza e discreta scioltezza. Ma tutto ciò sarebbe stato impensabile fino a tre anni e mezzo fa, visto che non avevo mai avuto un cane in vita mia e mai avrei pensato di averne uno tutto mio.

Tutto è nato perché volevo fare un bel regalo di compleanno a Giusy, mia moglie, che compiva 50 anni. Erano i primi di maggio, ero andato con la mia amica e vicina di casa Laura in campagna da lei. Aveva bisogno di un passaggio per prendere delle cose nel suo appartamento in campagna e mi sono offerto di accompagnarla in macchina.

L’incontro

Una volta lì, per le scale della palazzina a tre piani, abbiamo incontrato Domenico. Portava indosso la maglietta con il nome del centro cinofilo di Castelverde dove lavorava e abbiamo parlato dei suoi cani e della sua attività di addestratore di cani da tartufo. Io non avevo idea di cosa fossero. Non avevo mai visto un lagotto in vita mia e non sapevo distinguere uno schnauzer da un bassotto. Però il racconto mi aveva affascinato e poi ho pensato che i tartufi sono la passione di Giusy. E così, anche su spinta di Laura, ho cominciato a meditare l’acquisto del lagotto come regalo dei 50 anni di Giusy.

Il ragionamento è stato piuttosto banale: a Giusy piacciono i tartufi e ama da sempre i cani, che ha posseduto in gran quantità durante tutta la sua vita; Domenico è un addestratore e allevatore di cani da tartufo; io cerco un regalo per il compleanno per Giusy e un cane da tartufo è quindi l’ideale.

Il regalo

Un sillogismo classico che non fa una piega e che diversamente da molte altre volte nella mia vita (spesso sono un po’ inconcludente) in questo caso invece ho portato avanti con grande determinazione combinando l’incontro fra Giusy e Domenico in tempi stretti e accordandomi poi per l’acquisto di un cucciolo di lì a breve.

Per farla breve, a fine giugno abbiamo preso Mina che aveva due mesi.

Non sto a dire la gioia e i casini che ci ha portato in casa Mina. Un cane molto vivace e casinista che, complice il mio lassismo come educatore – praticamente le faccio fa re tutto quello che vuole – ha creato non poco caos in casa fra cacche e pipì sul parquet, scarpe mangiate, trapunte distrutte, cuscini sventrati ecc. Il tutto però con una iniezione di vitalità e pura gioia condivisa da tutta la famiglia, anche da nostro figlio Pietro che diverse volte mi ha poi accompagnato in questo viaggio di crescita nel mondo del lagotto romagnolo.

C’è da dire che il regalo di compleanno a Giusy è diventato un regalo più che altro per me. Nella mia testa le cose non dovevano andare così, ma alla fine così è stato nella realtà. I sillogismi e la logica, d’altra parte, sono fatti per essere capovolti dalla realtà che con la logica ha poco a che fare. Le cose più belle della vita arrivano quasi sempre da sé e per caso. E per fortuna che è così.

Il padrone

C’è stato però un piccolo problema: Mina doveva scegliere il suo padrone e alla fine, non si capisce come, ha scelto me. Questo è potuto succedere anche perché sarei stato io a diventare il suo conduttore a tartufi, perché una delle condizioni dell’acquisto di Mina è stata la mia volontà forte di farle imparare e di imparare io stesso ad andare a tartufi. I racconti di Domenico mi avevano davvero affascinato.

Tutti erano un po’ scettici sulla mia capacità di diventare un buon padrone di Mina. In effetti, ho molti difetti e come ho detto prima il mio lassismo è forse il principale motivo delle intemperanze di Mina, che si adegua al mio laisser faire o meglio alla mia pigrizia. E il cane spesso e volentieri, ma direi in modo legittimo, se ne approfitta. E’ tutta colpa mia. Faccio mea culpa e cercherò di avere un polso più fermo in futuro. E’ una questione di polso con i cani, se no tirano. Serve il polso duro e la museruola, anche per loro. Me lo dice sempre Domenico, ma io sono un po' come Corrado: più che un piccolo buffetto al cane non riesco a darglielo, così non si rende nemmeno conto se la sto rimporverando. Ma non è mai troppo tardi per imparare.

L’addestramento

Dopo la prima estate con Mina in Sicilia - ricordo quella volta che sul lungomare di Marina di Ragusa uscì da un cespuglio con un sorcio imbalsamato in bocca e che per toglierglielo dalle fauci ho faticato le pene dell'inferno, piccolo canetto delizioso e schifoso insieme - al rientro a settembre ho iniziato l’addestramento per la ricerca del tartufo con Domenico. Ogni sabato o domenica prendevo appuntamento e andavo al centro cinofilo per la lezione. Fare la Prenestina e arrivare al centro cinofilo di Castelverde è diventata una piacevole abitudine del weekend, fatta di radio con l’oroscopo di Branko e un piccolo viaggetto comunque nel verde e fuori città.

Io vivo in centro a Piazza Vittorio e quando saliamo in macchina per andare fuori Mina, cane da appartamento al cento per cento e regina di tutti i divani e letti della casa dove si acciambella con grandissima naturalezza, è sempre e comunque felice perché la riporto nel suo habitat, che resta il bosco.

L’addestramento è stato bellissimo. La cosa che mi piaceva di più era vedere la naturalezza con cui Mina cercava e trovava i tartufi che Domenico le nascondeva ovunque nel campo. E poi io cercavo di starle dietro, assecondando il suo fiuto e cercando di stare al passo con lei. Questo perché comunque la ricerca, e questo me lo ha insegnato Domenico, è un binomio. Cane e conduttore devono trovare il ritmo e muoversi insieme.

Ci è voluto del tempo e tante domeniche al centro di Castelverde, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Eravamo pronti per la prima uscita.

Prima uscita

Mina aveva sì e no quattro mesi. Piccola. Ma già cazzuta, con un fiuto innato da lagotto di lunga data. Quella mattina ho subito fatto una cazzata: le ho dato la sua pappa, prima di partire. Sui tornanti per arrivare in montagna ha vomitato l’anima, quindi prima avvertenza: non date la pappa al cane prima di andare a tartufi, sicuramente vomiterà in macchina. Piccoli incidenti di percorso, poi la giornata è stata fantastica e Mina si è divertita un mondo. C’era pure la neve ed è venuto anche Pietro, mio figlio, con cui abbiamo condiviso questa prima esperienza di libertà nel bosco. Mina era felice e ha ripassato tutte le buche degli altri lagotti esperti che erano con noi, c’era pure Giotto, suo padre. E naturalmente Domenico. Un imprinting indimenticabile. Come indimenticabile per me è stata la sensazione di entrare nella faggeta.

Io di mio sono stato tante volte in montagna, soprattutto a sciare con mio padre, da quando eravamo piccoli andavamo la domenica, partivamo presto io, mio fratello e mio padre verso le cinque e sciavamo tutto il giorno. Sarà anche per questo che mi piace svegliarmi presto e uscire con il cane nel bosco. una questione di imprintig famigliare. Chissà cosa direbbe mio padre se mi vedesse nel bosco con il cane, secondo me non ci crederebbe nemmeno e si metterebbe a ridere.

Piano piano abbiamo continuato l’addestramento fino all’estate. Tante simulazioni in casa, con il tartufino camuffato nel contenitore di plastica - quello giallo della sorpresina dell'ovetto Kinder - e nascosto ovunque (nelle scarpe, nei cassetti, negli armadi, sotto il letto ecc) e Mina che li cercava e li trovava sempre. Con quel nasone radar che si ritrova.

Bianchetto

Già a febbraio-marzo ho cominciato ad uscire sempre più spesso anche con Claudio, che abbiamo rivisto l’altro giorno, un altro appassionato istruttore di tartufi che mi ha portato con sé insieme a Mali e Otto, i suoi cani. Siamo andati tante volte a bianchetti insieme ed è stato un grandissimo maestro di pazienza. E’ stato importante andare con Claudio, superare la pigrizia dell’uscita e imparare che anche se torni a mani vuote quello che conta è che il cane e tu stesso state nel bosco insieme. Nella natura. Se arriva il tartufo bene, se non arriva pace. Sarà per la prossima volta. L'importante è uscire e andare in quell'altro mondo, per stare di qua c'è sempre tempo e poi ti ricarichi le batterie nel bosco.

Andare a tartufi come andare a pesca

Andare a tartufi è come andare a pescare. Non c’è nessuna garanzia che tu li trovi. E’ per questo che quando lo trovi sei felice. Devi essere un po' uno che ama scommettere, che accetta di rischiare, la possibilità di tornare a mani vuote c'è eccome. E’ una specie di miracolo. Dal nulla, ecco che c’è un bel tartufino che ti rotola nelle mani. Una pesca miracolosa dalla terra. Tutto grazie al radar di Mina. Che viene lautamente premiata per questo con i premietti di parmigiano che ti porti dietro, o i wurstel di Domenico quando c'è, e che spesso e volentieri, stronzetta e velocissima più di Nembo Kid, se li mangia direttamente lei i tartufi. La bastarda.

Non sai quante volte glieli ho tolti mezzi mangiati dalla bocca. E quante volte l'ho vista masticare, a ganasce piene, seduta un po' più in là. Una volta aveva il tartufo fra i denti, mi ha gurdato e poi lo ha sbranato, la stronza maledetta. Ma cosa le vuoi dire, è un mito a trovarli, senza di lei tutto questo non sarebbe possibile, e quindi sta a me semmai diventare più veloce per salvarmene un po’ di più.

Di solito li trovo lì, vicino dietro la buca che Mina ha fatto, trascinati all’indietro dal suo scavo frenetico, recuperati dalla "risalita del cono d'ombra". Poi si ferma, setaccia la terra dietro di lei, e individua il tartufo. E lì tac, intervengo e salvo il tartufo dalle sue grinfie. E poi la premio col parmigiano. Amen, sia lodato Gesù Cristo, sempre sia lodato. Tartufo in saccoccia.

Primavera estate

A primavera estate Domenico mi ha portato con lui, sempre nel bosco, Mina ha cominciato a trovare tartufi sempre più spesso, dopo i bianchetti primaverili sono arrivati gli scorzoni estivi, e io mi sono sempre più abituato a stare al suo ritmo di cerca, molto elevato.

Mina nel bosco è velocissima. Quando cerca il muso a terra, il fiuto veloce, le movenze seguono le tracce di odore e quando scava è una trivella. All’inizio è scavo selvaggio, come una ruspa. Poi, man mano che passa il tempo, la ricerca si fa meno frenetica e più tranquilla e più mirata. Ed è qui che bisogna alzare le antenne.

Poi ho fatto l’esame per il patentino, Domenico mi ha dato tutto l’occorrente per studiare e per passarlo. Avevo studiato tutti i quiz e mi ero ben preparato. L’ho passato subito alla prima. Ora potevo andare da solo nel bosco. Pazzesco.

La faggeta

A novembre Domenico mi ha portato su un bel monte in una faggeta meravigliosa. Ci si arriva direttamente con la macchina. Si parcheggia e sei nel bosco, nell’altro mondo. Tipo la serie "Stranger Things", che vanno tutti nel mondo di sotto. Lo stesso quando vai in faggeta. Ti lasci dietro Piazza Vittorio, il lavoro, la città, il traffico, Roma, le cose da fare, la settimana ed entri in un’altra dimensione. Come l’Inferno di Dante, che può essere Inferno ma anche Paradiso.

Da solo nel bosco


L’aria in faggeta e i colori e gli odori e le sensazioni sono completamente diverse e rigeneranti. Sembra di essere in un'enorme bombola d'ossigeno che ti avvolge e tu respiri a pieni polmoni. Dopo la prima volta in faggeta Domenico mi ha detto, vai tu. Vai da solo, sei pronto. Devo ammettere che ero un po’ spaventato la prima volta. Ma poi dopo un quarto d’ora Mina ha trovato un bel tartufo e la mia felicità era alle stelle e non mi sentivo più solo per niente. Anzi. Ero al settimo cielo e con me c'era Mina. Dopo un anno di addestramento ero riuscito nel miracolo, grazie a Domenico, andare da solo a tartufi con il mio cane e trovarne uno. Ero raggiante. Per me era come aver vinto il campionato dopo essere stato promosso dai dilettanti in serie A in pochissimi anni. Un miracolo sportivo in faggeta.

Considera che non avevo mai visto un cane in vita mia, se non di straforo e per interposta persona. L’arrivo di Mina nella nostra vita è anche legato ad un periodo eccezionale, ovvero il Covid. Quando l’abbiamo presa eravamo in pieno Covid e per questo dico che non tutti i mali non vengono per nuocere, perché senza Covid una follia come prendere un cane in piazza Vittorio non penso che l’avrei mai pensata di fare.

Dalla prima volta nel bosco ce ne sono state decine. Praticamente tutti i weekend vado a tartufi da solo. L’altro giorno siamo tornati con Domenico nella faggeta dove mi aveva portato la prima volta, quando Mina mi vomitò tutta la macchina di crocchette, e come dicevo all’inizio ne ha trovati sei. Sono felice di questo, è una gioia uscire nel bosco con Mina. Ogni volta imparo qualcosa di nuovo sul cane e su me stesso. Adesso sono più tranquillo ma non è sempre così.

Paura

A volte ho anche avuto paura. Ad esempio, quando è calata la nebbia o si è messo a nevicare o quando ho perso l’orientamento nel bosco. Bisogna restare calmi, non farsi prendere dal panico, avere sempre dei punti di riferimento con cui orientarsi. Muoversi in base alle proprie possibilità. Non andare in sbattimento. Non farti salire troppo il battito.

Domenico mi ha raccontato diverse volte in cui si è trovato perso nel bosco a chilometri dalla macchina, ad esempio nella nebbia fitta. Allora bisogno fare passo dopo passo, senza panico. Ma ci vuole sempre prudenza. Una volta Domenico ha perso le chiavi della macchina, nella neve nel bosco. E’ stato alla fine il suo cane, il mitico Giotto a ritrovargliele. Mai perdersi d'animo. Perché le vie del lagotto sono infinite.



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08 gennaio 2023

Cosa mi ricordo di Vialli

Cosa mi ricordo di Vialli. Tanti flash sparsi, è stato un elemento basilare della mia vita. Sono distrutto. Uno dei primi ricordi di Vialli è il suo gol di testa contro l’Avellino. Ho scoperto ora che è stato il suo primo gol nella Samp, nel dicembre del 1984 appena arrivato da qualche mese in quella Sampdoria allenata da Bersellini.

Cross dalla sinistra di Mancini e gol di testa di Vialli. Aveva il numero 15 sulle spalle e poi è andato a festeggiare sotto la Sud. Io ero nella Nord, come sempre, andavo quasi sempre nella Nord.

Un altro ricordo di Vialli è un gol di astuzia. Punizione dal limite per la Sampdoria, sotto la Nord. Vialli e Mancini confabulano un po’. Poi Mancini resta sul pallone e Vialli avanza oltre la barriera. Mancini invece di tirare in porta supera la barriera con un pallonetto, un passaggio spiovente a Vialli, che di prima intenzione tira una sventola al volo e segna. Mi sembra che fosse contro l’Ascoli.

Ma poi che dire, ricordo i primi tempi che giocava più defilato sulla destra da aletta destra e metteva questi cross al bacio ed era molto migliorato in questo gesto tecnico grazie a Trevor Francis, il re assoluto dei cross dalla destra.

Vialli era molto amico di Souness i primi tempi. Quella Samp anche era molto bella, Francis, Souness, Ferroni, Mancini, Vialli, Scanziani. E Nicola Zanone.

Mi ricordo le trasferte a Firenze e a Cremona. Il gol nella finale di Goteborg contro l’Aderlecht, che sembrava che Mancini gli avesse tirato una fucilata in testa, una pallonata che gli è rimbalzata in testa, sulla fronte piena, prima di entrare in gol.

Mi ricordo la cocente delusione di Wembley, con Vialli che ha avuto tre occasioni d’oro per fare gol ma la palla è sempre uscita per un soffio. E poi Boskov lo ha sostituito con Renato Buso. E lì mi è sceso tutto prima della fine della partita perché si sapeva che era l’ultima apparizione di Vialli in blucerchiato.

Mi ricordo Vialli pieno di capelli, di riccioli neri.

In stanza avevo il poster di Mancini, era lui il mio idolo assoluto della Samp. Però come simpatia Vialli era molto più simpatico di Mancini, che tra l’altro in campo era odioso con i compagni e con tutti intorno.

Comunque la cosa vera che mi ricordo di Vialli è l’atmosfera che c’era intorno alla Samp ai suoi tempi: gli avversari avevano paura di giocare contro di noi. Eravamo troppo forti, Vialli era fortissimo di piede, di testa, di sinistro di destro. Di tutto.

Un numero nove così la Sampdoria non ce l’ha mai avuto e sarà molto difficile che ce l’abbia di nuovo in futuro. E’ per questo che ho pianto per Vialli, per la Sampdoria, per quello che non tornerà mai più, per Marassi, per Boskov, per Mancini per tutti noi doriani. Ci mancherà tantissimo.

Mi ricordo una maglietta con le foto di Vialli e Mancini stampate sopra che mi mettevo sempre.

Un'altra maglietta con lo sponsor Phonola, originale, con il numero 11 sulla schiena indossata da Vialli. Me l'aveva prestata una volta Maurizio e ci giocai una partita a Ca' De Rissi. Fu un grande onore.



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19 dicembre 2022

Mia lettera pubblicata su Il Cielo sopra l’Esquilino

Ieri ho incontrato Virginia e di nuovo mi ha chiesto se mi ero letto sul Cielo sopra l’Esquilino, il giornale di quartiere.

Le ho detto di no. Oggi mi sono procurato il giornale.

Avevo spedito una mail di protesta qualche tempo fa alla redazione del Cielo sopra l’Esquilino.

Me l’hanno pubblicata e ne sono contento. Clicca sulla foto per ingrandirla e leggere il testo.



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Un mio pezzo sul metaverso in Tv al Punto di Paolo Pagliaro

L’altra volta ho incontrato Virginia a e mi ha chiesto se mi ero visto nel ‘Punto di Paolo Pagliaro’ su La 7, la rubrica fissa all’interno di Otto e Mezzo di Lilli Gruber. Le ho detto di no, poi mi sono andato a cercare e ho scoperto che Paolo Pagliaro mi ha indirettamente citato, con un mio articolo, in un bel servizio sul metaverso.

Di seguito il link al servizio di Paolo Pagliaro, inutile dire che sono molto contento.

https://www.la7.it/otto-e-mezzo/video/nutella-batte-metaverso-01-11-2022-458153

Grande Paolo Pagliaro!


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Cuore ballerino


Stamattina sono tornato dalla Morelli per farmi fare un altro certificato medico. Dopo la fibrillazione di otto giorni fa mi sento bene, ma mi prendo ancora una settimana di malattia per evitare stress di ogni tipo. Per fortuna non ho più avuto disturbi, speriamo che si sia trattato di un semplice episodio isolato.

Ho ripreso a prendere gli anticoagulanti due volte al giorno e l’effetto positivo è stato immediato. Meglio così, a gennaio vediamo se dovrò effettivamente fare la cardioversione.

Il battito non me lo sento più irregolare, vedremo al prossimo elettrocardiogramma come stanno veramente le cose.

Certo, il cuore non è grandissima forma. Il mio cuore. Ma forse ero davvero troppo stressato e agitato. Con un po’ di riposo mi sta passando tutto, speriamo.

Il cuore è una brutta bestia. Bisogna starci attenti. Non bisogna ignorarlo. Bisogna starci attenti.

L’altro giorno faceva le bizze, se ne andava per gli affari suoi, e mi veniva l’affanno dopo due metri. Ma appena ho preso gli anticoagulanti le cose sono progressivamente migliorate.

Ora la cosa che non devo fare è mangiare troppo. Mi è venuto un pancione che va assolutamente smaltito.

Non mi sto pesando ma non ci vuole uno scienziato per capire che devo stare all’occhio alla linea, soprattutto in vista delle vacanze di Natale. Il rischio bomberamento totale è dietro l’angolo.

Vabbè, semmai mi metterò a dieta a gennaio. Andrò dal nutrizionista. Certo che grasso e pelato è un’abbinata davvero agghiacciante. Il manifesto della mezza età. In più con il mal di cuore. Belin che bello spettacolo. Penoso.

Comunque, al cuor non si comanda.

Una questione di cuore e due cuori e una capanna.

Andiamo al cuore della vicenda, sei senza cuore.

Un cuore di panna e noi, un cuore di panna e poi.

Riccardo cuor di leone.

In alto i cuori, auguri di cuore, non ho il cuore di dirtelo, hai un cuore di ghiaccio, mettici un po’ di cuore, getta il cuore oltre l’ostacolo.

Mi fai battere il cuore, è un colpo al cuore, mi manca il cuore di dirtelo, vorrei rincuorarti in qualche modo e darti il mio cuore.

Auguri di cuore.

Te lo dico col cuore in mano.

Te lo dico con tutto il cuore.

Non mi basta il cuore, mi scoppia il cuore, mettici un po’ di cuore, ti do il mio cuore, ti sei presa il mio cuore, grazie di cuore.

Trapianto di cuore.

Ti strappo il cuore, sei un rubacuori, gli è venuto un infarto, ha il cuore a due mila.

Ci ho messo il cuore sopra, un colpo al cuore, una pugnalata al cuore.

Cuore matto, un tuffo al cuore, col cuore in gola.

Cuore ballerino.


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23 ottobre 2022

Colle Oppio, un Tour della monnezza e del degrado con vista Colosseo


L’Esquilino è una cloaca, la solita cloaca di sempre. Da quando c’è il nuovo sindaco Gualtieri, al quale ho pure dato credito votandolo, non è cambiato nulla. Aveva promesso che le cose sarebbero migliorate nei suoi primi cento giorni di governo. E forse non ha avuto del tutto torto, perché per assurdo che possa sembrare le cose sono persino peggio di prima.

Vorrei soffermarmi su una situazione che conosco bene in prima persona, le condizioni penose in cui è ridotta Colle Oppio. Qualche tempo fa è venuta a trovarmi mia madre, mi ha accompagnato a fare il solito giro che faccio col cane a Colle Oppio. Due giorni fa mi ha confessato di aver avuto dei conati di vomito durante questo tour della monnezza, con vista Colosseo.

Come darle torto? E’ vero che mia madre vive in un’altra città, un po’ migliore ma nemmeno troppo. Di certo, l’impressione che le ha fatto Roma centro non è delle migliori.

Mi ci è voluta questa frase di mia madre per rendermi conto di quanto sia degenerata la condizione igienica del nostro povero quartiere. Sotto gli occhi dei turisti, montagne di monnezza non raccolta, anzi abbandonata a fermentare i suoi miasmi troppo spesso malati. Deiezioni canine ma soprattutto vera e propria merda umana sparsa bellamente ovunque. Soprattutto nelle aree verdi di Colle Oppio, sopra la Polveriera che sicuramente conosce molto bene anche la nostra Premier Giorgia Meloni. Fra poco ci sarà una qualche epidemia di colera o di tifo. Torneranno i monatti? Vicino ai centurioni del Colosseo i monatti di Colle Oppio, nuove foto ricordo per i turisti da postare sui social.

Da troppo tempo poveri disperati senza fissa dimora vivono a Colle Oppio senza che nessuno gli dica nulla. Lo sanno tutti da anni e nessuno interviene. Dormono, cagano, mangiano, lasciano rifiuti e malattie di ogni genere nei praticelli pieni di micro plastiche e scatolette di tonno e bottiglie di Peroni abbandonate ovunque a Colle Oppio. E’ una situazione rivoltante con vista Colosseo. Deiezioni umane ovunque. Gente, disperati, che si lava alle fontanelle en plain air, senza ritegno a tutte le ore del giorno, gente che fa il bucato e stende stracci fra le rovine di fronte al Colosseo. E tutti zitti, va bene così.

Ma soprattutto di fronte agli occhi attoniti dei turisti, per lo più stranieri, che si fanno questa immagine davvero ributtante di Roma e del Colosseo. Loro a caccia della Domus Aurea, talmente mal segnalata che ogni volta che sono lì con il cane qualcuno mi chiede indicazioni: ‘Where is Domus Aurea?’. Ma non ce lo potete mettere un bel cartello, ma bello grande?

E' grave che i turisti vedano tutto questo e l'inerzia che c'è dietro è colossale. Non è degna di una città come Roma.

Qualche tempo fa il gladiatore Russel Crowe si è fatto diverse foto al Colosseo, con la famiglia al seguito. Ho sentito che è diventato il testimonial di Roma. Chissà se ha allungato la passeggiata di qualche centinaio di metri ed è salito per caso a Colle Oppio.

Il gladiatore avrebbe potuto vedere con i suoi occhi il degrado delle fontane, dei prati pieni di cartacce e rifiuti che nessuno dell’Ama si sente in dovere di raccogliere. Avrebbe potuto vedere questa varia umanità che vive all’ombra del Colosseo, lavandosi, lavando i vestiti, spogliandosi senza ritegno, cagando, dormendo, bevendo, facendo barbecue come i sudamericani che la domenica letteralmente occupano il prato sopra il Colosseo lasciando un sequel di rifiuti e ossa di pollo che come una scia coprono l’area verde insieme ai piatti di plastica mezzi mangiati dai cani. Di fianco ad un campo da skate board enorme ma chiuso da mesi (perché?). Il tutto con vista Colosseo e colonna sonora del bar con palco incorporato spuntato quest’estate davanti al nostro monumento sul pratone antistante.

Malattie dietro l’angolo e attenzione alle zecche e ai topi, grandi come pantegane che ingrassano fra i sacchi dei rifiuti e i cestini del tutto insufficienti a rispondere alla quantità di gente che gira nel centro di una Capitale davvero oscenamente sporca ma incredibilmente piena di turisti. Occhio ai monatti.


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21 giugno 2022

Motorino in riparazione

Stamattina mi hanno chiamato dal meccanico, il motorino era pronto e sono andato a riprenderlo dopo una decina di giorni che l’avevo portato in riparazione. Ho dovuto cambiare i copertoni e ho fatto rimettere a posto le frecce, che non funzionavano più. Al telefono mi hanno detto che il conto era 140 euro, poi quando sono arrivato lì mi hanno detto 150 euro. Non ho detto niente e ho pagato senza fiatare.

La riparazione era necessaria. Già l’altra volta che ero andato dal meccanico, tre mesi fa più o meno, mi avevano detto che c’erano da fare le gomme.

E in effetti erano da fare sul serio.

Qualche sera fa, ero al mega incrocio di Terme di Caracalla e ho sentito che scoppiava qualcosa sotto nel motorino. Mi sono anche spaventato, però non mi ero accorto che era scoppiata la camera d’aria e che stavo circolando con la gomma a terra. Sono andata a Ostiense, ho preso Pietro all’allenamento, siamo andati in due e non mi sono accorto di niente.

Il giorno dopo, ho preso il motorino. Sono andato giù fino a Piazzale Flaminio e poi nel pomeriggio da Piazzale Flaminio al laghetto dell’Eur, tutto con la gomma dietro del Liberty scoppiata, e in effetti mi sentivo il motorino che sbandava un po’ sulla Colombo. Sono andato piano.

Poi, di sera, dovevo accompagnare Pietro a una festa a San Lorenzo e ce ne siamo accorti che la ruota dietro era a terra perché praticamente eravamo bassissimo sull’asfalto. Sono andato pianissimo, il motorino mi sbandava di brutto, però sono andato, ho accompagnato Pietro alla festa a due all’ora e poi ho portato il motorino fino dal meccanico a Monti.

Non sono caduto, tutto a posto, sono stato prudente fino dal meccanico, ma diciamocela tutta, mi è andata ampiamente di c…o perché avrei potuto tranquillamente asfaltarmi con la gomma dietro bucata del Liberty ad esempio sul Muro Torto, oppure anche meglio sulla Colombo. Tra l’altro, erano le due di pomeriggio, faceva un caldo da deserto del Maghreb a quell’ora sulla Colombo l’altro giorno.

Comunque, mi è andata bene. Ora è a posto.

Sono ancora a casa, sono ancora positivo e chissà per quanto lo sarò. Questo virus è persistente.

Nel cortile si sentono i soliti lavori. Gli operai cominciano a picconare presto e vanno avanti tutta la mattina.

Un rumore orami del tutto assorbito nel background normale della situazione di convalescenza.

Sembra strano, però in effetti mi sono un po’ stancato ad andare a prendere il motorino. Ho anche avuto qualche problema a trovare parcheggio per il motorino, manco fosse una macchina. Non c’era posto da nessuna parte e ho dovuto fare il giro da via Alfieri per poi trovare un buco all’angolo estremo di Piazza Dante, dall’altra parte della piazza. Meglio di niente, intendiamoci. Però ti fa capire che il parcheggio in zona è davvero merce rara.


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