Voglia di dolce
Sono a casa, è venerdì sera, ho appena mangiato. Penso che fossero fra 200 e 300 grammi di pasta. Fusilli trafilati al bronzo Barilla, 11 minuti di cottura ma li ho lasciati almeno 15 minuti perché con la piastra elettrica ci vuole sempre di più. Li ho preparati con burro e alici.
Avrei voluto farmi una bella pasta al pesto, però il vasetto del pesto non so come di riffa o di raffa era saltato il sotto vuoto. Così, quando l’ho aperto è uscito tutto. Era spumoso e non era buono, faceva un odore strano. Mi piange il cuore ma l’ho dovuto buttare, anche se me lo stavo già pregustando, e ho dovuto anche lavare la ciotola perché l’avevo messo già dentro. Ma no. Era immangiabile.
Ho ripiegato su burro e alici.
Come dicevo, una quantità di pasta da caserma. Ma alla fine meno male perché mi sono fatto tre piatti di pasta e ci stavano tutti. Avevo una fame assurda, lupigna. Avevo carenza di carboidrati, evidente.
Ho fatto leccare piatto e ciotola a quel lavandino di Mina, che già stasera fuori durante la passeggiata si è mangiata un ampio assortimento di pizza bianca e brioches ecc.
E ci ha messo il carico da novanta a casa, finendo ai quattro palmenti e doppio menti anche le sue crocchette.
Comunque, ho finito di mangiare. Ho fatto i piatti e tutto. E mi sono reso conto che a casa non ho nulla di dolce. Ma nulla. Il vuoto cosmico. Da piangere.
Ho aperto le credenze. Nada.
Sul tavolo di solito ho almeno un palliativo, cioè dei datteri o della frutta secca. Ma li ho fatti fuori ieri sera.
C’è una mela verde, in realtà. Ma è come il metadone per un tossico. Io ora non so cosa darei per una torta di profiteroles. Per una torta pere e cioccolato di Cipriani, intera me la farei fuori, con le mani. Per una torta alle visciole, sempre di Cipriani con la ricotta.
Se fossi giù al bar del porto a Scoglitti, mi farei come aperitivo un cannolo con le scaglie di pistacchio, una cassata, una torta con la ricotta, un macallè. Mio Dio un macallè.
Minchia c’ho l’acquolina in bocca.
Mi farei un vassoio di bigné allo zabaione.
Mi farei una torta alle fragoline di bosco di D’Amore.
Un Maritozzo con la panna.
Un gelato di Fassi con la panna, alla frutta o in alternativa anche alla crema e nocciola.
Mi farei un gelato, cono grande, di Tonitto a Genova marron glacé e crema di riso, grande da 500 lire. Tu che sei boomer sai cosa vuol dire.
Se fossi al supermercato svaligerei il reparto cioccolato. Partirei con le barrette Kinder, poi il Mars, il Lion, il Ciocorì, i mon chéri, i boeri, i biscotti Trésor, due confezioni di Girella Motta, la Fiesta ti tenta tre volte tanto.
Se tornassi giù al bar del porto a Scoglitti mi farei le raviole, un vassoio di raviole con la ricotta e con il pistacchio, a seguire mi farei una granita al limone con la panna.
Poi andrei da Panarello, a Genova, e mi farei una torta Panarello. Un panforte, visto che ci sono, e di scorta a casa mi porterei dei biscotti Panarello e dei Lagaccio, che possono sempre servire.
Tornerei al supermarket e mi prenderei anche del cioccolato Novi, magari quei blocchi grossi al latte. E come rifiutare qualche confezione di Lindt magari alla nocciola, i gianduiotti, sì i gianduiotti. E le caramelle, le Rossana, le mou alla liquirizia, quelle al seltz, quelle di zucchero, quadrate, alla frutta, dalla zia Anna.
Poi i cavolini della domenica, con la panna, e mi ero dimenticato come ho fatto a dimenticarlo, una sacher torte grande come una casa. Mi ci butterei dentro, nuoterei dentro alla sacher torte, fino a trasformarmi un po’, ma non del tutto, nella marmellata della sacher. Questo per non perdermi quel fantastico banana split che ci davano in Austria, o in alternativa l’irish cofee che ha pur sempre un suo perché.
Cavolo ho voglia di dolce, tutta la vita, non so cosa darei per un Toblerone, un bel Toblerone classico e uno bianco. Per un Magnum, bianco e classico. Per una confezione di fior di fragola, mi mangerei dodici fior di fragola così, come fossero cioccolatini.
Ma cosa mi hai fatto venire in mente, una bella scatola di cioccolatini come dire di no. E un ghiacciolo, anzi due, uno al limone e uno all’amarena.
Mi manchi, mi manchi da morire, vorrei annegare in un lago di Nesquik o di Ovomaltina. Una bella mattina di settembre, con un frullato alla banana per mandare giù tutto e una tanica di Coca Cola per digerire.
Mi mangerei un chilo di Bullar dell’Ikea, una stecca di Daim, una confezione di peppar kakor, una bottiglia di Must da un litro e mezzo e saffran bullar come se piovesse. Semla.
Un piggelin. Un vassoio di dolci del Shwarma di via Merulana. Un gelato fritto, del cinese di via Alfieri. Una sbrisolona alla nutella e una crostata all’amarena.
Sto morendo, datemi un frappé alla vaniglia. Una crèpe con lo sciroppo d’acero, la bottiglia dello sciroppo d’acero da berci a canna. Latte e menta. Un after eighth.
Un croccante, un croccante all’amarena, un cornetto Algida, le Morositas, le goleador, un Barattolino Sammontana con il cucchiaio grande senza distrazioni seduto sul bancone, senza nemmeno al tivù. Per gustarlo meglio magari a occhi chiusi.
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