Natale a Genova
Sto vedendo in sottofondo le Olimpiadi in tivù, pattinaggio su ghiaccio, però sono senza occhiali e non ci vedo veramente. Sento il commento. Come l’altra sera per il curling. Come vedere le Olimpiadi senza vederle.
Mi sto raccogliendo le idee. Spengo la tele, tanto non la sto guardando.
A Natale sono andato a Genova, non andavo da tanto tempo, da troppo tempo.
Mi fa male il polso destro, penso di aver preso una brutta botta, ma non ricordo. Forse l’altra mattina a tartufi, oppure è stata Mina che mi ha tirato al guinzaglio. Non lo so. Però fa male.
A Natale sono andato a Genova e tutti i giorni che sono rimasto sono andato a correre fino a Boccadasse. Da casa a Boccadasse e ritorno.
Una corsa molto bella, giù da via San Vito, attraversata via Nizza, giù per le scale da San Pietro e poi attraversare sulle strisce e cominciare a correre in Corso Italia.
C’è sempre stato vento ma il tempo era stupendo e terso. Ho corso soprattutto di mattina, appena sveglio. La corsa dura più o meno 47 minuti, e come divisa avevo la felpa nera di Pietro e i suoi pantaloncini corti.
Faceva anche un po’ freddo, ma sopportabile.
La cosa bella sono le mattonelle rosse. Tutte lisce e pulite. Poi tutti i padroni con i cani. I ciclisti un po’ rompiballe se gli invadi la corsia. E che sarà mai. Il mare certo fa la differenza e ti apre gli spazi. Le onde.
Ai San Nazaro guardo sempre il faro e penso a quel mio compagno, suo padre era il guardiano del faro. Chissà poi se è vero, ma non importa. E’ bello pensare che sia così. Poi un po’ di fiatone c’è, perché il primo tratto è in salita. E c’è sempre qualcuno che ti affianca e ti supera. Chissà perché, mi capita ogni volta. Però sono passati i tempi in cui mi mettevo a fare la gara. Me ne resto alla mia andatura e guardo davanti a me, oppure mi volto a guardare qualche nave o qualche super eroe che fa surf nel vento forte che tira.
Guardo di lato, mi ricordo quella volta che fra la spiaggia e il mare ho visto Toninho Cerezo che giocava a pallone con i suoi figli, in lontananza. Avevano un super tele e lui portava le Superga.
Quando arrivo all’altezza del Lido guardo sempre le piscine vuote e mi ricordo quando ci andavamo da piccoli. Nella piscina dei grandi. Quanto ho bevuto, non sapevo mica nuotare troppo bene però mi buttavo lo stesso e bevevo.
Poi vado avanti e arrivo a Boccadasse, tocco la chiesa con la mano e mi volto per tornare indietro. E’ più in discesa il ritorno. Qualcuno mi supera ma vai pure. Poi mentre arrivo ai San Giuliano mi viene in mente che lì ci andavamo anche di notte, sulla spiaggia e i sassi. Il mare sott’acqua di notte le bolle sono troppo strane e diventano enormi sulla tua testa nella luce della luna. Poi torni a galla ma sotto è un’altra visuale più filtrata.
Poi passo davanti a via Piave, dove c’è stata la rivoluzione copernicana, adesso c’è l’Esselunga e questa è una grande figata. Prima c’era soltanto il bar Piave e per questo me la ricordo io, per le serate infinite a boccette e lì vicino la casa di B. dove ci ho passato tre anni del liceo a casa sua. Con lei e le sue sorelle e sua madre che mi hanno sempre trattato come un piccolo principe.
Poi torno giù, sono davanti a Punta Vagno, mi ricordo quando si andava lì a pattinare, ma io non avevo i pattini però ci andavo lo stesso anche se non ero capace. Era bello vedere gli altri pattinare e stare semplicemente lì, con il mare a due passi e le navi della Tirrenia che passavano lente.
Poi attraverso la strada e sono sotto i portici e passo per Piazza Rossetti, mi sembra di sentire in lontananza le voci dei ragazzi che giocano a pallone lì fra le panchine, ma è passato troppo tempo non possono essere davvero loro. Non sono loro, è un suono che mi arriva da dentro e la palla mi arriva tra i piedi, è un super tele. Giro l’angolo, sono in via Brigate Partigiane, vedo altri che vanno a correre, ma sono tutti bardati, io ho un po’ freddo alle gambe, i pantaloncini corti non sono stati una grande idea, ma non ho altro da indossare.
Passo davanti alla Questura, a sinistra c’è il Doria, ma giro a destra e imbocco via Barabino, penso all’odore di trippa che sentivamo tutte le mattine con M. quando a piedi andavamo a scuola. La tripperia non c’è più, però per me è come se fosse ancora lì, quell’odore mi è rimasto talmente impresso che quando ci passo è come se ritornasse in circolo.
E poi sono in piazza Palermo, ai giardinetti, e di fronte al Nautico. In via Monte Suello e via Trebisonda, c’è ancora la Pasticceria Sicula, e la salita fino a via Nizza. L’ultimo sforzo finale, arrivo alla meta. A San Pietro mi fermo e dalla ringhiera, mentre faccio stretching, guardo giù di nuovo in Corso Italia dov’ero fino a poco fa. E lì sotto, in lontananza, mi sembra di vedere lei che va verso Punta Vagno. Deve essere lei ma non ne sono sicuro. Domani forse la vedrò di nuovo.
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