talentaccio

mi è tornata voglia di scrivere

19 febbraio 2026

Fiera di Roma, cattedrale nel deserto

Oggi siamo stati in uno dei peggiori no man’s land della storia moderna, vale a dire la nuova Fiera di Roma.

Incastonata nel nulla, la fiera si staglia imponente in mezzo alla campagna. Ci mancano le mucche a brucare negli immensi parcheggi che la circondano, nell’erba alta e secca che spunta dall’asfalto. Parcheggi inspiegabilmente inaccessibili.

E dire che oggi di macchine ce n’erano eccome, visto che era in programma il test di ammissione a medicina per il Campus Biomedico. Centinaia di ragazzi con centinaia di genitori al seguito per portarli lì, nel nulla della Fiera di Roma. Un nulla clamoroso, che grida vendetta. Un nulla inspiegabile. Come fa ed essere ridotta in queste condizioni penose di abbandono? E' un luogo spettrale. Osceno.

Un posto così disgraziato difficilmente me le ricordo.

Osceno.

Un tipico esempio di architettura industriale devastata dal tempo, dall'incuria, dall'abbandono, dal fallimento.

Zero manutenzione.

Ruggine a cielo aperto.

Un’opera faraonica totalmente lasciata a se stessa. Tutto chiuso. Manco un baretto sfigato e nessuno spazio di accoglienza previsto per le centinaia di genitori e accompagnaoti delle centinaia di ragazzi che si sono presentati per la prova di ammissione in inglese stamattina. Tutta la mattina nel nulla. Un'esperienza difficile da descrivere. Ti senti ostaggio di una situazione e di un luogo sconcertante per la sua inadeguatezza e inospitalità.

Noi ci siamo presentati in taxi e abbiamo fatto anche bene, molti genitori sono venuti in auto e hanno passato le lunghe ore d’attesa - tutta la mattina - dentro agli abitacoli. Parcheggiati dove non avrebbero potuto, visto che tutti i parcheggi immensi erano non so perché impraticabili e con l’erba alta.

Perché i parcheggi sono chiusi?

La cosa incomprensibile, perché gli organizzatori del test non prevedono degli spazi per i genitori al seguito?

Dove pensano che passino il tempo di attesa in questo nulla, in questa bolla dello spazio-tempo, in questo posto agghiacciante, decadente, immenso e inaccessibile allo stesso tempo?

Con Giusy siamo stati costretti a camminare diversi chilomentri, sferzati dal vento - per fortuna non pioveva - verso la strada alla ricerca di un bar, che abbiamo trovato alla fine in un distributore di benzina.

Lì c’erano altri genitori. Che come noi stavano seduti in questo bar di una stazione di servizio nel nulla più assoluto che, in teoria, non dovrebbe avere niente a che fare con la nuova Fiera di Roma, una cattedrale nel deserto da paura che mi ricorderò per tutta la vita per lo squallore che emana.

E dire che, se va bene, avrà una quindicina di anni. Ridotta male. Abbandonata.

Poi, all’uscita del test verso mezzogiorno passato, siamo andati vero il treno. Ma siamo andati a naso, a intuito. Nessuna indicazione. Pazzesco. Non una freccia. Nel nulla della campagna e delle stradone extra urbane. Per fortuna che abbiamo visto in lontananza i treni passare, così abbiamo intuito la direzione e abbiamo raggiunto la stazione e siamo telati veloci come fulmini.

Domani il nostro Pietro, eroico, ha il test in italiano. Fa doppietta e torna alla Fiera di Roma. Io non sarò della partita, non ce la faccio due giorni di seguito e domani ci saranno oltre tutto 2.500 ragazzi per il test in italiano, oggi erano soltanto 300-400 perché era in inglese. Speriamo che l’esperienza di oggi sia un tesoro per il test di domani per il nostro eroico Pietro. La Fiera di Roma, un'esperienza da non ripetere.




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18 febbraio 2026

Un po’ di Qi Gong

La carbonara è Yang e Rita è Yangissima quando fa Chué.

Lory, tu sei talmente Yang che quasi non entri nella sala da ballo del centro anziani da quanto sei Yang, ma continua così nella tua yangitudine. Ci piaci così, super Yang.

La minestrina è Yin e anche la tisana, la birra è Yang il Negroni è Yangissimo.

Lo shen veleggia e il fegato è il nonno di tutti, secondo me, anche se non lo sapeva.

Insomma, il fegato non ce la racconta giusta.

Il daimai me lo ricordo, è il meridiano cintura.

Le palline nei polmoni anche me le ricordo, le visualizzo. E il giallo della milza e il verde del fegato pure.

Il cavallo super Yang bisogna dargli una camomilla Yin.

Il tibao è Yin.

Camminare all’indietro è Yin, la doccetta energetica è Yang.

Il cuore è l’imperatore.

Lunga vita al cuore e tutto questo per dire che il mercoledì è sempre un bel giorno e che ti vogliamo bene Lory, anche se il nonno dei reni non si sa che è.

Il fegato non ce la racconta giusta, però.

E' il nonno di tutti, ma non lo sapeva.




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15 febbraio 2026

The elephant in the house

Ho appena finito di mangiare. Un’insalatina con mezza mela verde e tre pomodorini. Cosa buona e giusta dopo la scofanata di oggi non mi ci stava altro.

Oggi ho mangiato, a pranzo, nell’ordine: quiche ai porri (un buon quantitativo), un piattone di pasta al tartufo, straccetti alla amatriciana con pane, dolce di arance (una fettona), tutto condito da vino bianco Pecorino. Dulcis in fundo, un caffè americano.

Ottimo e abbondante.

Nel mentre ci siamo visti la seconda manche del gigante di Cortina alle Olimpiadi, Federica Brignone ha vinto per distacco alla grande. Ha sciato con una grande naturalezza e leggerezza, meritatissima.

Mi spiace sinceramente per Sofia Goggia, che era terza nella prima manche ed è finita decima. Peccato. A queste Olimpiadi ha preso un bronzo in discesa libera, è uscita in Super G dove stava andando molto bene ed era in vantaggio sulla Brignone che poi ha vinto e oggi ha finito così, indietro.

Mi spiace perché per me la Goggia è fortissima ma forse è arrivata a fine carriera. D’altra parte le prime medaglie le ha vinte nel 2018. La Brignone invece non aveva ancora vinto, ha 35 anni, era l’ultima chiamata per lei alle Olimpiadi e si è guadagnata i due ori con gli interessi.

Soprattutto pensando all’infortunio che ha avuto, è stata davvero eroica.

The elephant in the house. Oggi Pietro mi ha fatto morire dal ridere spiegandomi questa espressione, che in italiano si traduce con avere un elefante nella stanza. Non l’avevo mai usata in italiano, e quando Pietro l’ha tirata fuori di fronte ad una cosa che ho fatto notare mentre portavamo fuori Ugo a fare un giro mi ha fatto molto ridere.

Oggi mi ha fatto piacere, come sempre, rivedere Ugo. Ogni volta che arrivo a casa mi salta addosso con le zampe in alto, come se volesse abbracciarmi e mi dà dei leggeri baci in bocca. E’ sempre super profumato, non come quella puzzona di Mina.

Poi, siamo andato all’area cani a Piazza Vittorio e ormai Ugo si muove in autonomia e naturalezza. E’ cresciuto molto e gli è venuto un uccello enorme rispetto a prima. E’ diventato davvero bellissimo, anche se sembra un po’ un vecchietto.

Stamattina sono andato a tartufi e Mina ne ha trovati una decina. L’ho marca a uomo e però stavolta dopo una mezzoretta abbiamo finito. Le ho dato tutti i wuerstelini ma dopo una mezzoretta ero sfatto di starle dietro e l’ho presa e ce ne siamo andati a casa.

Mina in quel boschetto a brumale mi uccide perché è fittissimo e lei ha l’argento vivo addosso, corre di qual e di là come una pazza e starle dietro è dura. Però oggi non l’ho mai persa di vista.

Il brumale è più piccolino ma non per questo meno soddisfacente. E’ anche buono.

Quando sono tornato a casa ho fatto la spesa al Castoro.

Belin, ha appena segnato la Roma e il vicino ha fatto un cinema. Goool, goool, con l’accento romano.

Al Castoro ho fatto la solita spesa: pomodorini, insalata, frutta secca, yogurt, pane ecc. la roba per Mina. Ho speso 42 euro oggi, la metà di quello che spendo di solito. Non ho preso né carne né birra.

Anzi, di birra ne ho ancora in frigo ma la prendo ogni tanto, prima avevo preso l’andazzo di bermene una ogni sera ma mi gonfiavo e poi cosa vado a correre a fare se poi mi sfondo di birre?

Non ho preso nemmeno il cioccolato. Sono passato dagli scaffali senza girare lo sguardo.

Poi a casa ho fatto una lavatrice, ho messo dentro anche il giaccone che ho usato a tartufi, era lurido di terra oltre tutto. E il berretto di lana. Ora ho steso tutto sul nuovo stendino grande, sul terrazzino.

Poi sono andato a correre, ma forse è stata una mossa un po’ azzardata perché ero già stanco dalla tartufata nel bosco. Fatto sta che ho fatto i miei solito otto giri ma oggi ho fatto molto più fatica del solito.

La giornata oggi era splendida, soleggiata, finalmente. Dopo settimane di pioggia ci stava.

Stasera ho portato fuori Mina, verso le otto e mezza, e ho visto che una donna col burka entrava in casa, con un bambino di 7 o 8 anni al seguito, nel portone di fronte a casa mia. La cosa mi ha preso discretamente male. Il burka davvero è capo di vestiario che secondo me andrebbe abolito in Italia.

Forse ho anche capito dove vive la tipa col burka. Di fronte a casa, all’altezza del mio piano, c’è un appartamento con le persiane sempre chiuse o semichiuse. Vivono come tappati dentro.

Penso che la Roma abbia subito un gol, perché ho sentito il vicino tirare una sequela di bestemmioni da paura.



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13 febbraio 2026

Mega carbonara

Stasera mi sono fatto una carbonara gigante. Buona anche se il guanciale era un po’ crudo. Però non mi lamento.

L’unico problema, nella foga, mi sono morsicato la lingua. Abbastanza.

Però dai, va bene lo stesso.

Mi sono bevuto una Franziskaner.

Prima sono andato a correre. Il parco, Villa De Sanctis, di sera la chiudono. Anche la porticina laterale in via Casilina c’è una catena blu e la chiudono.

E così ho corso fuori, come l’altra volta, di fianco al parco e di fianco al supermercato Oasi. Fino alla fermata Gordiani e al campo di calcio e ritorno.

Ho fatto 10 chilometri, 52 minuti.

E poi a casa una valanga di carbonara.

Ci stava tutta. Anche Mina ha gradito.

Mi fa male il polso.

Mi fa male la lingua.

Mi vado a mettere l’arnica nel polso e forse mi prendo un Moment per il dolore.

Sto guardando le Olimpiadi. Di sbieco.



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11 febbraio 2026

Natale a Genova

Sto vedendo in sottofondo le Olimpiadi in tivù, pattinaggio su ghiaccio, però sono senza occhiali e non ci vedo veramente. Sento il commento. Come l’altra sera per il curling. Come vedere le Olimpiadi senza vederle.

Mi sto raccogliendo le idee. Spengo la tele, tanto non la sto guardando.

A Natale sono andato a Genova, non andavo da tanto tempo, da troppo tempo.

Mi fa male il polso destro, penso di aver preso una brutta botta, ma non ricordo. Forse l’altra mattina a tartufi, oppure è stata Mina che mi ha tirato al guinzaglio. Non lo so. Però fa male.

A Natale sono andato a Genova e tutti i giorni che sono rimasto sono andato a correre fino a Boccadasse. Da casa a Boccadasse e ritorno.

Una corsa molto bella, giù da via San Vito, attraversata via Nizza, giù per le scale da San Pietro e poi attraversare sulle strisce e cominciare a correre in Corso Italia.

C’è sempre stato vento ma il tempo era stupendo e terso. Ho corso soprattutto di mattina, appena sveglio. La corsa dura più o meno 47 minuti, e come divisa avevo la felpa nera di Pietro e i suoi pantaloncini corti.

Faceva anche un po’ freddo, ma sopportabile.

La cosa bella sono le mattonelle rosse. Tutte lisce e pulite. Poi tutti i padroni con i cani. I ciclisti un po’ rompiballe se gli invadi la corsia. E che sarà mai. Il mare certo fa la differenza e ti apre gli spazi. Le onde.

Ai San Nazaro guardo sempre il faro e penso a quel mio compagno, suo padre era il guardiano del faro. Chissà poi se è vero, ma non importa. E’ bello pensare che sia così. Poi un po’ di fiatone c’è, perché il primo tratto è in salita. E c’è sempre qualcuno che ti affianca e ti supera. Chissà perché, mi capita ogni volta. Però sono passati i tempi in cui mi mettevo a fare la gara. Me ne resto alla mia andatura e guardo davanti a me, oppure mi volto a guardare qualche nave o qualche super eroe che fa surf nel vento forte che tira.

Guardo di lato, mi ricordo quella volta che fra la spiaggia e il mare ho visto Toninho Cerezo che giocava a pallone con i suoi figli, in lontananza. Avevano un super tele e lui portava le Superga.

Quando arrivo all’altezza del Lido guardo sempre le piscine vuote e mi ricordo quando ci andavamo da piccoli. Nella piscina dei grandi. Quanto ho bevuto, non sapevo mica nuotare troppo bene però mi buttavo lo stesso e bevevo.

Poi vado avanti e arrivo a Boccadasse, tocco la chiesa con la mano e mi volto per tornare indietro. E’ più in discesa il ritorno. Qualcuno mi supera ma vai pure. Poi mentre arrivo ai San Giuliano mi viene in mente che lì ci andavamo anche di notte, sulla spiaggia e i sassi. Il mare sott’acqua di notte le bolle sono troppo strane e diventano enormi sulla tua testa nella luce della luna. Poi torni a galla ma sotto è un’altra visuale più filtrata.

Poi passo davanti a via Piave, dove c’è stata la rivoluzione copernicana, adesso c’è l’Esselunga e questa è una grande figata. Prima c’era soltanto il bar Piave e per questo me la ricordo io, per le serate infinite a boccette e lì vicino la casa di B. dove ci ho passato tre anni del liceo a casa sua. Con lei e le sue sorelle e sua madre che mi hanno sempre trattato come un piccolo principe.

Poi torno giù, sono davanti a Punta Vagno, mi ricordo quando si andava lì a pattinare, ma io non avevo i pattini però ci andavo lo stesso anche se non ero capace. Era bello vedere gli altri pattinare e stare semplicemente lì, con il mare a due passi e le navi della Tirrenia che passavano lente.

Poi attraverso la strada e sono sotto i portici e passo per Piazza Rossetti, mi sembra di sentire in lontananza le voci dei ragazzi che giocano a pallone lì fra le panchine, ma è passato troppo tempo non possono essere davvero loro. Non sono loro, è un suono che mi arriva da dentro e la palla mi arriva tra i piedi, è un super tele. Giro l’angolo, sono in via Brigate Partigiane, vedo altri che vanno a correre, ma sono tutti bardati, io ho un po’ freddo alle gambe, i pantaloncini corti non sono stati una grande idea, ma non ho altro da indossare.

Passo davanti alla Questura, a sinistra c’è il Doria, ma giro a destra e imbocco via Barabino, penso all’odore di trippa che sentivamo tutte le mattine con M. quando a piedi andavamo a scuola. La tripperia non c’è più, però per me è come se fosse ancora lì, quell’odore mi è rimasto talmente impresso che quando ci passo è come se ritornasse in circolo.

E poi sono in piazza Palermo, ai giardinetti, e di fronte al Nautico. In via Monte Suello e via Trebisonda, c’è ancora la Pasticceria Sicula, e la salita fino a via Nizza. L’ultimo sforzo finale, arrivo alla meta. A San Pietro mi fermo e dalla ringhiera, mentre faccio stretching, guardo giù di nuovo in Corso Italia dov’ero fino a poco fa. E lì sotto, in lontananza, mi sembra di vedere lei che va verso Punta Vagno. Deve essere lei ma non ne sono sicuro. Domani forse la vedrò di nuovo.



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08 febbraio 2026

Autolavaggio domenicale

Stamattina mi sono svegliato alle 5,30 per andare a tartufi. Il tempo era bello. Mi sono alzato, tanto ero già sveglio da prima, mi sono vestito e ho portato giù Mina per i suoi bisogni.

Abbiamo fatto un giro, ormai sto prendendo sempre più piede in zona Malatesta, fra poco potrò dire di essere il re dei due mondi: Piazza Vittorio e Malatesta, una enclave italiana o meglio prevalentemente romana, incastrata fra Pigneto e Tor Pignattara, su cui ci sarebbe molto da dire.

La zona la sto imparando con gli occhi di Mina e dei tanti canari che ci sono in giro.

Comunque, ho preso i wuerstelini premietto per Mina e la borraccia e poi bando alle ciance sono partito per i tartufi. Era davvero prestissimo, prima delle sette, stava diventando giorno. Non c'era un'anima a aprte iuna ragazza che non si capiva se stava andando al lavoro o tornand a casa.

Ho fatto benzina, 50 euro, e poi in mezzo ad un paesaggio nebbioso sono arrivato nel bosco.

Ho parcheggiato al solito posto, dove adesso scorre il torrentello visto che le pesanti piogge di questi mesi hanno gonfiato i corsi d’acqua, modificando profondamente la morfologia.

Mi sono ripromesso questa volta di cercare di contenere maggiormente Mina, che l’altra volta mi ha fatto diventare scemo e ha corso come una pazza, mi ha seminato svariate volte, è sparita altrettante volte e ho la sensazione che si sia mangiata una quantità di tartufi assurda, lasciandomene soltanto una frazione.

E così oggi l’ho marcata strettissima, sembravo Pietro Vierchowod. Mina la paragonerei a Galderisi, se ve lo ricordate, un attaccante piccolo ma velocissimo e sgusciante. E anche oggi ha cercato, Mina Galderisi, di dribblarmi con discreto successo, anche se oggi mi sono attaccato alle sue calcagna e in diverse occasioni ho anche salvato dei tartufi che aveva già in bocca estreandoli sani dalle sue fauci fameliche.

Alla fine, oggi Mina, che è una macchina da tartufi, ne ha trovati più di dieci in meno di un’ora e io in meno di un’ora ho terminato i premietti. Così ho deciso di andarmene piuttosto presto. Nel frattempo, l’ho persa di vista soltanto una volta. Per oggi basta e avanza, anche perché ad un certo punto per starle dietro mi sono dovuto sdraiare lungo per terra per passare sotto ad un rovo assurdo e mi sono grattugiato le gambe.

Però bene, sono molto soddisfatto del malloppo. Tra l’atro i brumale sono piccoli ma molto saporiti come tartufi, da gennaio a maggio è il periodo del brumale e andare nel boschetto è un super allenamento vista la difficoltà ambientale.

Spero che a breve il tempo volga al meglio, anche perché la macchina con Mina dentro si è trasformata in un pantano e oggi sono andato dall’auto lavaggio, gestito da un arabo e da un aiutante anch’egli straniero. La macchina era lurida dentro e fuori, soprattutto dentro, visto che Mina si era seduta anche davanti sporca di fango l’altra volta. Mi hanno fatto un ottimo lavoro e ci tornerò anche perché l’apertura domenicale è un plus.

Stasera ho visto un pezzo della partita di curling Italia Gran Bretagna alle Olimpiadi, bellissima. L’Italia ha perso e ha un po’ deluso Mosaner, che alla fine ha ciccato un paio di pezzi decisivi ma ci può stare. Hanno vinto meritatamente gli scozzesi. Doma l’Italia deve vincere contro gli Usa per arrivare in semifinale. Vedremo se ce la farà.



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06 febbraio 2026

Voglia di dolce

Sono a casa, è venerdì sera, ho appena mangiato. Penso che fossero fra 200 e 300 grammi di pasta. Fusilli trafilati al bronzo Barilla, 11 minuti di cottura ma li ho lasciati almeno 15 minuti perché con la piastra elettrica ci vuole sempre di più. Li ho preparati con burro e alici.

Avrei voluto farmi una bella pasta al pesto, però il vasetto del pesto non so come di riffa o di raffa era saltato il sotto vuoto. Così, quando l’ho aperto è uscito tutto. Era spumoso e non era buono, faceva un odore strano. Mi piange il cuore ma l’ho dovuto buttare, anche se me lo stavo già pregustando, e ho dovuto anche lavare la ciotola perché l’avevo messo già dentro. Ma no. Era immangiabile.

Ho ripiegato su burro e alici.

Come dicevo, una quantità di pasta da caserma. Ma alla fine meno male perché mi sono fatto tre piatti di pasta e ci stavano tutti. Avevo una fame assurda, lupigna. Avevo carenza di carboidrati, evidente.

Ho fatto leccare piatto e ciotola a quel lavandino di Mina, che già stasera fuori durante la passeggiata si è mangiata un ampio assortimento di pizza bianca e brioches ecc.

E ci ha messo il carico da novanta a casa, finendo ai quattro palmenti e doppio menti anche le sue crocchette.

Comunque, ho finito di mangiare. Ho fatto i piatti e tutto. E mi sono reso conto che a casa non ho nulla di dolce. Ma nulla. Il vuoto cosmico. Da piangere.

Ho aperto le credenze. Nada.

Sul tavolo di solito ho almeno un palliativo, cioè dei datteri o della frutta secca. Ma li ho fatti fuori ieri sera.

C’è una mela verde, in realtà. Ma è come il metadone per un tossico. Io ora non so cosa darei per una torta di profiteroles. Per una torta pere e cioccolato di Cipriani, intera me la farei fuori, con le mani. Per una torta alle visciole, sempre di Cipriani con la ricotta.

Se fossi giù al bar del porto a Scoglitti, mi farei come aperitivo un cannolo con le scaglie di pistacchio, una cassata, una torta con la ricotta, un macallè. Mio Dio un macallè.

Minchia c’ho l’acquolina in bocca.

Mi farei un vassoio di bigné allo zabaione.

Mi farei una torta alle fragoline di bosco di D’Amore.

Un Maritozzo con la panna.

Un gelato di Fassi con la panna, alla frutta o in alternativa anche alla crema e nocciola.

Mi farei un gelato, cono grande, di Tonitto a Genova marron glacé e crema di riso, grande da 500 lire. Tu che sei boomer sai cosa vuol dire.

Se fossi al supermercato svaligerei il reparto cioccolato. Partirei con le barrette Kinder, poi il Mars, il Lion, il Ciocorì, i mon chéri, i boeri, i biscotti Trésor, due confezioni di Girella Motta, la Fiesta ti tenta tre volte tanto.

Se tornassi giù al bar del porto a Scoglitti mi farei le raviole, un vassoio di raviole con la ricotta e con il pistacchio, a seguire mi farei una granita al limone con la panna.

Poi andrei da Panarello, a Genova, e mi farei una torta Panarello. Un panforte, visto che ci sono, e di scorta a casa mi porterei dei biscotti Panarello e dei Lagaccio, che possono sempre servire.

Tornerei al supermarket e mi prenderei anche del cioccolato Novi, magari quei blocchi grossi al latte. E come rifiutare qualche confezione di Lindt magari alla nocciola, i gianduiotti, sì i gianduiotti. E le caramelle, le Rossana, le mou alla liquirizia, quelle al seltz, quelle di zucchero, quadrate, alla frutta, dalla zia Anna.

Poi i cavolini della domenica, con la panna, e mi ero dimenticato come ho fatto a dimenticarlo, una sacher torte grande come una casa. Mi ci butterei dentro, nuoterei dentro alla sacher torte, fino a trasformarmi un po’, ma non del tutto, nella marmellata della sacher. Questo per non perdermi quel fantastico banana split che ci davano in Austria, o in alternativa l’irish cofee che ha pur sempre un suo perché.

Cavolo ho voglia di dolce, tutta la vita, non so cosa darei per un Toblerone, un bel Toblerone classico e uno bianco. Per un Magnum, bianco e classico. Per una confezione di fior di fragola, mi mangerei dodici fior di fragola così, come fossero cioccolatini.

Ma cosa mi hai fatto venire in mente, una bella scatola di cioccolatini come dire di no. E un ghiacciolo, anzi due, uno al limone e uno all’amarena.

Mi manchi, mi manchi da morire, vorrei annegare in un lago di Nesquik o di Ovomaltina. Una bella mattina di settembre, con un frullato alla banana per mandare giù tutto e una tanica di Coca Cola per digerire.

Mi mangerei un chilo di Bullar dell’Ikea, una stecca di Daim, una confezione di peppar kakor, una bottiglia di Must da un litro e mezzo e saffran bullar come se piovesse. Semla.

Un piggelin. Un vassoio di dolci del Shwarma di via Merulana. Un gelato fritto, del cinese di via Alfieri. Una sbrisolona alla nutella e una crostata all’amarena.

Sto morendo, datemi un frappé alla vaniglia. Una crèpe con lo sciroppo d’acero, la bottiglia dello sciroppo d’acero da berci a canna. Latte e menta. Un after eighth.

Un croccante, un croccante all’amarena, un cornetto Algida, le Morositas, le goleador, un Barattolino Sammontana con il cucchiaio grande senza distrazioni seduto sul bancone, senza nemmeno al tivù. Per gustarlo meglio magari a occhi chiusi.



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