Ritorno a casa
Siamo arrivati verso le sei e mezza a casa con Mina e sono felice per due motivi.
Il primo, il mio Kymco Agility 125 è sempre sotto casa, con la sua bella catena e con il pedale allarmato giallo fluo attaccato al manubrio. Il secondo, qualche vicino di casa mi ha infilato il berretto di lana che avevo perso alla partenza sul ballatoio di casa nella maniglia della porta.
Questo vuol dire che i miei vicini sono dei gran signori e sono molto contento di averlo riscontrato oggi.
Ho acceso la tivù nel frattempo, per non perdermi nemmeno un minuto dello spareggio per il Mondiale Bosnia – Italia.
Ora c’è l’Eredità. Ho tolto il volume.
Prima al telefono con Pietro gli ricordavo quella volta che siamo passati in Bosnia per andare Dubrovnik al suo torneo di pallanuoto. Eravamo atterrati in Montenegro, a Podgorica, non so perché, e poi la squadra loro è partita in pullman mentre io ero finito in macchina con dei genitori dell’under 16. Ci eravamo fermati in un posto a mangiare un panino, in Bosnia-Herzegovina, e quel panino me lo ricordo ancora adesso nel senso che mi si ripropone ancora tanto era carico e speziato e wuersteloso e le birre bosniache anche quelle mi sono rimaste impresse. Poi siamo ripartiti e a Dubrovnik ci siamo stati benissimo, la città è una meraviglia, assomiglia un po’ a Nervi per dire. E c’è la cinta muraria, l’abbiamo visitata, e il belvedere raggiungibile in funivia. Avevo pure fatto il bagno, anche se era aprile, ma tant’è era anche prima dell’intervento. Un’esperienza bellissima e di questo sono grato molto a mio figlio, che si è sbattuto per anni a giocare a pallanuoto e grazie a questo abbiamo visto dei posti fantastici, che non avremmo visto mai, come Dubrovnik e ci metto pure Salerno.
Ora in sottofondo c’è il telegiornale, ma ho tolto il volume.
Il delirio del ritorno oggi è stato prendere il tram da Piazza Vittorio fino a Largo Preneste. Dopo una ventina di minuti di attesa, con un vento della Madonna, è arrivato il 14. Minchia, entrare con Mina in calore, il trolley, lo zaino pienissimo in spalla e la valanga di cinesi e italiani che mi pressavano dietro, per non parlare della marea di cingalesi che stavano già in tram, è stato un casino.
Mi hanno smadonnato dietro in mille lingue diverse, sul 14, ma alla fine mi sono installato togliendomi lo zaino e mettendolo dritto sulla borsa. Mina è stata bravissima, alla fine. Siamo stati in piedi a pressione fino a Largo Preneste, davanti a me c’era un alpino alto un metro e sessanta con chiaro accento sardo, con la sua bella penna nera che funziona da bandiera. Assurdo, ma vero, perché una cosa così non te la potresti mai inventare. Sul 14 c'è tutto il mondo, dal Bangladesh a Sassari senza passare dal via.
L’alpino aveva perso la sua sigaretta elettronica in un taxi, ho sentito che diceva al telefono ad un suo amico che gli rompeva le palle di portargli questa sigaretta elettronica, che deduco è in condivisione. L’alpino gli ha risposto che appena scendeva la ricomprava.
Verso l’uscita dal tram Mina è saltata in braccio a una polacca accogliente che se l’è spupazzata e poi siamo tornati a casa. Ancora a piedi.
Il viaggio in treno invece è andato liscio, molto meglio che all’andata. Ho lavorato come una macchinetta e domani devo andare al Senato alle 11, ma prima ho una call imperdibile alle 10, e dopo domani devo andare alla Camera. Bentornato a casa. Comunque è casa mia.
Alzo gli occhi e dalla finestra del mio salotto per la prima volta vedo nella finestra del palazzo di fronte, è sempre stata chiusa ma questa sera no, c’è una tivù che trasmette un cartone animato o forse un video gioco per bambini e la bambina che guarda la tivù. Era sempre stata chiusa.
Leggi tutto




















